
Il custode del “Futebol”: la dinastia trentina dietro il mito del Brasile ’70
Città del Messico, 21 giugno 1970. Lo stadio Azteca è una fornace di colori, suoni e leggenda. Il Brasile di Pelé, Rivellino e Tostão travolge l’Italia di Valcareggi con un 4-1 che consegna alla storia quella che molti considerano la più grande squadra di tutti i tempi. Per gli italiani è una notte di lacrime; per i brasiliani, l’estasi della terza Coppa del Rimet.

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Eppure, a pochi metri da quel prato, sulla panchina verdeoro, c’è un filo invisibile, ironico e poetico, che unisce i due mondi. C’è un uomo che custodisce la porta del Brasile, ma che nel sangue porta le montagne del nord Italia. Quel giorno, a sollevare la coppa con la maglia numero 12 dei carioca, c’è Eduardo Stinghen, per tutti semplicemente Ado.

Il secondo portiere dei campioni del mondo è, a tutti gli effetti, un figlio del Trentino.
Da Volano al Paraná: le radici di una promessa
Per capire come un cognome tipicamente della Vallagarina sia finito sul tetto del mondo con la nazionale più iconica della storia della World Cup, bisogna fare un salto indietro nel tempo, sfogliando le pagine di quella grande, dolorosa e straordinaria epopea che fu l’emigrazione trentina in Brasile alla fine dell’Ottocento.
La famiglia di Ado partì da Volano, un piccolo comune della Vallagarina, in provincia di Trento. Come migliaia di altri conterranei, i suoi antenati lasciarono la terra natale in cerca di fortuna, attraversando l’oceano per colonizzare lo stato del Paraná e la città di Jaraguá do Sul (nello stato di Santa Catarina). Lì, il 4 luglio 1946, nacque Eduardo.

l’ascesa del gigante buono del Corinthians
Il calcio, per il giovane Eduardo, non fu una scelta immediata, ma un destino scritto nella sua imponente struttura fisica. Crescendo, sviluppò un’altezza e una reattività fuori dal comune per i portieri brasiliani dell’epoca.
Le tappe della carriera
Gli inizi al Londrina: È nello stato del Paraná che muove i primi passi da professionista, facendosi notare nel Londrina Esporte Clube. Il suo stile è essenziale, sicuro, europeo nell’efficacia e brasiliano nell’elasticità.
La svolta con il Corinthians (1969): Il salto nel calcio che conta arriva quando il Corinthians, uno dei club più blasonati e caldi del pianeta, decide di affidargli le chiavi della porta. A San Paolo, Ado diventa rapidamente un idolo. Giocherà con il Timão fino al 1974, collezionando ben 206 presenze e guadagnandosi la reputazione di pararigori implacabile e leader silenzioso dello spogliatoio.
La chiamata di Zagallo per il Messico: Le sue prestazioni monumentali nel campionato paulista convincono il commissario tecnico Mário Zagallo. A soli 23 anni, Ado viene proiettato nella spedizione del secolo. Pur partendo come vice del più esperto Félix, Ado viene considerato dai critici dell’epoca il portiere tecnicamente più dotato della rosa verdeoro.
Il post-Mondiale e il girovagare d’autore: Dopo gli anni d’oro al Corinthians, la sua carriera prosegue in altre piazze storiche del calcio brasiliano, vestendo le maglie di América, Atlético Mineiro, Portuguesa, fino a chiudere la carriera nel 1984 con il Bragantino.

Il paradosso del destino
“Nessuno è profeta in patria, ma a volte si diventa Re nel Paese che ha accolto i tuoi padri.”
C’è un romanticismo quasi crudele nel calcio. Mentre l’Italia intera piangeva per i gol di Pelé e Carlos Alberto, un pezzo di storia trentina gioiva sul tetto del mondo. Ado non scese in campo in quella finale – la porta fu difesa da Félix per ragioni di gerarchia ed esperienza – ma il suo contributo nello spogliatoio e durante la preparazione fu fondamentale per cementare quel gruppo di alieni.
Terminata la carriera sul campo, Ado è rimasto nel mondo del calcio, dedicandosi a scovare talenti e aprendo scuole calcio a San Paolo, ma senza mai dimenticare le sue radici. In diverse occasioni ha riallacciato i contatti con la terra d’origine dei suoi nonni, diventando il simbolo vivente di un legame culturale indissolubile.
Il Trentino e il Brasile, uniti non solo dalle rotte dei migranti, ma anche dal filo dorato del trofeo calcistico più importante del pianeta. Una storia che ci ricorda che, dietro ogni grande trionfo sportivo, batte spesso un cuore che viene da lontano.


