
Verso Monaco: 70 anni di storia tra valigie di cartone e integrazione
MONACO DI BAVIERA – “Se ci mancavano tre denti, non ci facevano passare”. In questa frase di un anziano emigrante siciliano è racchiusa tutta la crudezza e la speranza di un’epoca che sembra lontana, ma che definisce ancora oggi l’anima di Monaco, la città “più a nord d’Italia”. In occasione del settantesimo anniversario dell’accordo bilaterale tra Italia e Germania (1955-2025), il documentario Verso Monaco 1955-2025 ci restituisce una memoria collettiva fatta di sacrifici, umiliazioni e successi straordinari.
Verona: il “confine” della carne e dell’anima
Negli anni ’60, il Centro Emigrazione di Verona, costruito appositamente per gestire i flussi verso il Nord, era il setaccio attraverso il quale passava la forza lavoro italiana. Non si cercavano persone, si cercavano braccia. I candidati venivano sottoposti a visite mediche umilianti, spesso nudi, per verificare l’idoneità fisica. Chi pesava troppo poco o presentava problemi di salute veniva rispedito a casa: circa il 7,5% dei migranti non superava questo esame.
Il viaggio verso l’ignoto
Dalla Sicilia alla Calabria, passando per il Veneto, migliaia di giovani fuggivano da un’Italia povera, sovrappopolata e priva di prospettive. Il viaggio era un’odissea: trenta ore di treno con valigie di cartone e il freddo che penetrava nelle ossa. Al loro arrivo, l’accoglienza non era sempre quella sperata. Molti operai finivano in dormitori maschili privi di riscaldamento, condividendo stanze minuscole con altre tre persone e servizi minimi.
“Vietato l’ingresso ai cani e agli italiani”
L’integrazione iniziale è stata segnata da un profondo pregiudizio. Nonostante il “lavoratore italiano” fosse considerato gradito per la sua laboriosità, fuori dai cancelli delle fabbriche la realtà era diversa. Le testimonianze ricordano i cartelli fuori dai locali pubblici che recitavano: “Cani e italiani vietati”. Un marchio infamante per chi era arrivato con l’unica colpa di voler guadagnare abbastanza per costruire una casa in patria.
Il Mercato Ortofrutticolo: il “ghetto” della salvezza
A Monaco, il primo approdo per molti era il mercato ortofrutticolo (Grossmarkthalle), soprannominato il “ghetto italiano”. Qui, tra vagoni di noci e agrumi che arrivavano direttamente via treno da Verona, gli italiani trovavano una lingua familiare e una prima possibilità di impiego. Fu proprio in questi mercati che nacque la solida collaborazione commerciale che ancora oggi lega la Baviera all’Italia.
Da emigranti a cittadini
Col passare degli anni, quella che doveva essere una permanenza temporanea di “un paio d’anni” si è trasformata in una vita intera. Molti hanno imparato la lingua, si sono sposati con donne tedesche e hanno fondato aziende di successo. Oggi l’italianità a Monaco è un elemento d’orgoglio, perfettamente integrata nel tessuto sociale.
Tuttavia, resta la malinconia di chi, tornando al proprio paese d’origine, si sente ormai un ospite. “Quando vado in Sicilia, ci vado da turista”, confessa una testimone. È il paradosso dell’emigrante: aver vinto la sfida economica, ma aver perso per sempre il senso di appartenenza totale a una sola terra.
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